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La gestione del rischio clinico: il punto sui reclami legali

pubblicato il 11/05/2013

 

 

LA GESTIONE DEL RISCHIO CLINICO:

IL PUNTO SUI RECLAMI LEGALI

 

Quali standard mantenere per non essere imputati di negligenza:

 strategie per diminuire la probabilità di pretese risarcitorie

 

 

 

Numerosi studi hanno stimato che almeno una volta nella propria carriera professionale un medico dovrà affrontare problemi medico legali.

 

Nel 2011 un articolo del New England Journal of Medicine riferiva che un medico intorno ai 65 anni con una specialità ad alto rischio (neurochirurgia, ortopedia…) ha il 99% delle probabilità di dover affrontare un’azione legale; la percentuale si abbassa al 75% per le specialità a basso rischio (pediatria, psichiatria).

 

Il problema è universale. In Germania ogni anno ci sono 3.000 inchieste sui medici, dai 20.000 ai 40.000 processi civili, ma il 92% delle cause viene risolta in sede stragiudiziale. Negli Stati Uniti il 93% delle liti viene risolta prima di entrare in aula, ma di quel 7% che va in giudizio, solo il 21% sono chiuse a favore del ricorrente.

 

Nel 2006 sempre il New England Journal of Medicine pubblicò un articolo secondo cui anche se sono poche le liti che arrivano in giudizio e circa i tre quarti di esse sono a favore del convenuto (medico), il risarcimento che viene stabilito dal giudice a favore dell’attore (paziente) è circa il doppio di quello che solitamente viene concordato tra le parti in via stragiudiziale.

 

Non sempre, però, le azioni legali hanno un reale fondamento. Le azioni legali spregiudicate possono essere ridotte nel momento in cui il proponente comprende che può essere ritenuto responsabile per la promozione di un’azione legale ingiustificata. Ma una causa in tribunale è pur sempre un affare. Nei processi sono chiamati a individuare la responsabilità medica alcuni consulenti (medici e medico-legali), che non sempre sono realmente esperti nella materia su cui devono testimoniare. Si pensi che negli Stati Uniti un consulente può chiedere anche 500 dollari all’ora, anche solo per leggere in giudizio la sua perizia. L’Associazione canadese di Protezione dei Medici ha adottato 4 criteri che devono essere dimostrati in giudizio: un dovere di cura verso il paziente; quel dovere non è stato mantenuto, in tutto o in parte; il paziente deve aver riportato un’offesa o un danno; l’offesa o il danno devono essere direttamente in relazione o causati dall’inosservanza di quel dovere di cura.

 

Lo sviluppo della medicina difensiva è ormai una pratica consolidata da molti anni. I medici richiedono esami magari non necessari al paziente, ma che possono allontanare il rischio di un’azione di responsabilità nei loro confronti. Nel 2010 l’Associazione Americana dei Chirurghi Ortopedici pubblicò un articolo secondo cui il 92% dei medici ordinava esami non necessari solo per proteggere se stesso, il 42 % dei medici aveva ridotto la propria attività professionale per evitare procedure rischiose, pazienti complessi o che percepivano litigiosi. Tutto ciò altera il processo decisionale clinico e vieta l’accesso all’assistenza per motivi protezionistici, influenzando la qualità delle cure.

 

Le azioni legali che vengono intraprese mirano ad individuare una responsabilità del medico per negligenza dovuta a ciò che ha fatto ma anche a ciò che non ha fatto, quindi ad individuare quelle mancanze nel processo assistenziale del paziente. Le carenze strutturali o i disservizi organizzativi non sempre consentono di mantenere i medesimi standard qualitativi. A tal proposito, sono di aiuto e sostegno per l’attività del medico le linee guida scientifiche unanimemente riconosciute, che forniscono quelle indicazioni per mantenere la più alta diligenza possibile in tutti i casi.

 

Nella maggior parte le azioni legali proposte sono fondate principalmente su un disagio emotivo del paziente, causato da diversi fattori: un cattivo rapporto con il proprio medico da cui non si sente ascoltato, maleducazione dell’equipe medica o dello staff, difficoltà a comprendere la diagnosi ed il trattamento, sentirsi trattati senza rispetto della propria dignità. Spesso è solo una carenza di comunicazione tra il medico ed il paziente, che porta i primi a commettere errori di giudizio, e quindi di trattamento, e i secondi a non sentirsi compresi. Uno studio condotto dalla Scuola di Salute Pubblica di Harvard analizzando 307 pretese risarcitorie, ha visto che 181 riguardavano un errore diagnostico. Ciò fa scaturire una serie di errori correlati lungo tutto il percorso assistenziale: prescrizione sbagliata di esami non necessari, erronea definizione della terapia o del trattamento, erronea impostazione del monitoraggio del paziente nel tempo. Tutto ciò dovuto ad un primo errore nel momento di confronto e costruzione della relazione con il paziente.

 

Quando un paziente percepisce che il proprio medico potrebbe rispondere del danno subito, il risultato del trattamento sanitario non determina il successo di un’azione legale nei suoi confronti. C’è una profonda differenza tra l’errore e un comportamento negligente e il giudizio di responsabilità si basa su molteplici fattori. Un medico non è sempre responsabile di ogni errore che accade: un errore può essere una prova di negligenza, ma non negligenza in sé e per sé. Il Governo scozzese nei casi di negligenza per malpractice medica impone l’onere della prova su chi promuove la causa, dovendo dimostrare: l’esistenza di una linea guida, l’inosservanza di quella linea guida, il comportamento seguito dal medico non sarebbe mai stato adottato da un altro medico di pari esperienza se avesse agito con l’ordinaria cura. Nonostante ciò, gli errori possono sempre accadere.

 

Allora, cosa possono fare i medici per ridurre il rischio medico legale?

 

Una maggiore empatia nei confronti del paziente ha un impatto più positivo rispetto a risposte tecniche al suo problema di salute, come dimostrato da uno studio condotto dal Massachusetts General Hospital di Boston. Migliorare la qualità e la quantità di ciò che può esser documentato atto a provare la condotta diligente del medico impedisce il fiorire di azioni legali spregiudicate. Anche la tecnologia può venire in aiuto: l’uso di sistemi informatizzati di raccolta ed elaborazione dei dati (Electronic Health record) favorisce la condivisione delle informazioni tra i professionisti che partecipano al processo di cura del paziente. E se tale sistema è particolarmente sviluppato e paziente –centrico, può essere anche adottato quale strumento per l’individuazione di fattori di rischio e prevenire l’insorgere di errori e quindi ridurre il numero di pretese risarcitorie presentate dai pazienti.

 

In alcuni paesi (Nord Europa e Nuova Zelanda) il rischio giudiziale è ridotto, grazie all’adozione di sistemi legali “no-fault”, dove i pazienti devono affrontare lunghe e costose battaglie processuali prima di vedersi rimborsare un danno per malpractice medica.

 

Ulteriori ripercussioni della gestione inefficace dei casi di malpractice medica ricadono sul mondo assicurativo, ancora inadeguato ad affrontare questa materia. Negli Stati Uniti anche se il giudice non riconosce alcuna compensazione a favore del paziente, le spese processuali ammontano a circa 37.000 dollari per ogni causa. E se si pensa che circa il 90% delle cause promosse in giudizio non ha reale fondamento, lo spreco di soldi, tempo ed energie sia della compagnia assicurativa che del professionista coinvolto non è assolutamente giustificato. L’effetto è che i premi degli assicurati si gonfiano e le copertura assicurativa non garantisce ancora una adeguata protezione degli interessi del medico.

                                                                                                                                                              

Rivista: In Spine 2012, Vol. 8 – Issue 3

Autore: Maury Magids